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Chivu, tra passato e futuro: “Vorrei creare una cosa che dura”
Cristian Chivu si è raccontato al di là del ruolo di allenatore dell’Inter, soffermandosi su alcuni passaggi significativi della propria carriera e della propria vita.
Dall’educazione ricevuta dal padre agli anni nel settore giovanile, passando per l’esperienza da capitano e per il rapporto con i giovani calciatori, l’ex difensore ha delineato una filosofia basata sulla responsabilità, sulla crescita e sulla capacità di affrontare le difficoltà.
Nel corso dell’intervista concessa a Futnet, Chivu ha parlato anche di Pio Esposito, del Triplete conquistato con l’Inter e del significato della Champions League. Al centro delle sue parole c’è soprattutto il desiderio di costruire qualcosa che possa lasciare un segno nel tempo.
Gli insegnamenti ricevuti dal padre
Chivu ha ricordato il particolare approccio educativo utilizzato dal padre durante i suoi primi anni da calciatore. Un metodo che, secondo l’allenatore nerazzurro, gli ha insegnato soprattutto a essere autonomo e a trovare da solo le soluzioni davanti alle difficoltà.
“Mio padre mi mandava a casa in tram dopo gli allenamenti. Era il suo modo di offrirmi, di darmi dei valori, credo. E sono sicuro, a questo punto della mia vita, che siano state cose che mi sono servite, perché ho imparato a cavarmela da solo.
Avevo scuola la mattina, quindi dovevo prendere un mezzo pubblico per arrivare agli allenamenti in orario e poi dovevo tornare a scuola di nuovo. Finito l’allenamento, nonostante lui avesse a disposizione l’automobile, non mi ha mai offerto un passaggio per portarmi in fretta a scuola. A volte ritardavo, però comunque riuscivo da solo a trovare modi e soluzioni per rispettare quelli che erano i programmi, gli orari e i patti fatti con lui”.
Il rapporto con i giocatori parte dall’educazione
L’esperienza maturata nel settore giovanile ha avuto un peso importante nella formazione di Chivu come tecnico. Il rumeno ha spiegato di aver sempre considerato fondamentale il rapporto umano con i propri calciatori, paragonandolo in parte a quello costruito con le proprie figlie.
“È più difficile essere un bravo padre o un bravo allenatore?Senza dubbio padre, perché comunque è una grossa responsabilità. Però non si possono fare paragoni, perché tratto i miei giocatori come se fossero i miei figli. È ovvio che c’è una differenza: loro sono maschi, io ho due femmine, quindi cambia un po’ l’approccio, cambia un po’ tutto quello che sono io nei loro confronti.
Però ho cercato sempre, con le mie figlie, di dare i giusti valori e anche le giuste critiche che servono, credo, a un adolescente per capire determinate cose. Più o meno è la stessa cosa che ho fatto anche quando ho iniziato all’Under 14. Avevo dei tredicenni adolescenti, ragazzi che sognavano di diventare calciatori, ma comunque erano ragazzi piccoli, messi sempre a giocare e non a trattare seriamente quella che era la professione, se si può chiamare professione a tredici anni e mezzo”.
La fascia da capitano e il peso della responsabilità
Per Chivu la fascia non rappresenta soltanto un simbolo. Indossarla significa assumersi una responsabilità particolare nei confronti dei compagni e dello spogliatoio, con una componente emotiva che può contribuire alla crescita personale del giocatore.
“Indossare la fascia da capitano in uno spogliatoio cambia un sacco di cose e, per quelli che riescono a sentire quella responsabilità che una fascia ti deve dare, secondo me bisogna avere anche una certa sensibilità nel capire cosa vuol dire essere un portatore di fascia.
Se ci metti anche un po’ di intelligenza emotiva in tutto ciò, credo che il livello di autostima aumenti di un bel po’. Non sono tutti capaci di sentire quella responsabilità e quell’emozione particolare nel farti crescere. Troppo ego, a volte, è il contraltare, è negativo. L’ho provato anch’io nel settore giovanile. L’ho provato spesso in alcuni momenti.
Pio Esposito mi viene in mente: quando l’ho responsabilizzato dandogli la fascia, lui ha risposto alla grande, comportandosi da persona molto sensibile. E l’ha fatto vedere e lo fa vedere tuttora”.

CRISTIAN CHIVU GUARDA AVANTI ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
Pio Esposito, la scelta di uscire dalla comfort zone
Chivu ha poi ripercorso il percorso di crescita di Pio Esposito, conosciuto sin dalle categorie giovanili dell’Inter. L’allenatore ha sottolineato soprattutto la decisione dell’attaccante di lasciare la Primavera per confrontarsi con il calcio professionistico, rinunciando alla possibilità di continuare a giocare sotto età e accumulare numeri importanti nel settore giovanile.
“Noi abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Pio per un bel po’. Era con noi già dall’Under 14, per poi portarlo in Primavera con due anni sotto età. Aveva giocato poco perché preferivamo altri giocatori, però comunque era con noi. Ha sfruttato quelli che sono stati i miei regali, o quello che sono stati anche i suoi meriti, nel giocare qualche partita in Youth League. Non mi ricordo se aveva fatto qualcosa in campionato, ma l’anno dopo era già stabile in prima squadra, nonostante fosse sotto età.
Poi ha avuto il coraggio, perché nessuno lo racconta, di mollare la Primavera, di andare in un’altra realtà, che era la Serie B, in un’altra città, dove doveva dimostrare e ripartire da zero contro dei professionisti veri. E quel primo anno suo in Primavera, se non sbaglio, fece 17-18 gol. La prospettiva era che l’anno dopo, siccome giocava sotto età, ne avrebbe fatti magari 30. E lui ha scelto di andarsene. Poteva scegliere la strada più comoda: poteva fare un altro anno in Primavera e far crescere l’autostima segnando magari 30 o 40 gol, non lo so.
Il secondo anno è esploso, perché ha fatto 17 gol, se non sbaglio, in Serie B. Poi l’ho ritrovato in prima squadra più pronto, più maturo, con la stessa fame e la stessa voglia di migliorarsi. Ecco perché è importante anche questo”.
Il Triplete e una festa vissuta in modo diverso
Tra i ricordi più importanti della carriera di Chivu c’è inevitabilmente il Triplete conquistato con l’Inter. L’ex difensore ha però spiegato di non aver vissuto quei successi con la classica euforia, anche a causa delle difficoltà personali attraversate durante quella stagione e degli impegni con la nazionale rumena.
“Non ho festeggiato dopo il Triplete? Ho vissuto poco. Era un sospiro di sollievo per quelle che erano state le difficoltà di quell’anno. A gennaio mi faccio male, finisco in sala operatoria, ho delle incertezze e non so se posso tornare a giocare a pallone ancora.
Torno presto, dopo due mesi e mezzo. Si arriva in finale, si vince il campionato, si vince la Coppa e si vince anche la Champions League. Però il mio pensiero era che dovevo andare in nazionale, perché avevo questa responsabilità. Ero anche il capitano della nazionale e non volevo che mi percepissero come uno che ormai aveva la puzza sotto il naso. Il ct della nazionale mi aveva dato qualche giorno libero, ma ho detto: “No, sono il capitano della squadra, io devo venire come tutti gli altri”.
La Champions non ha una formula matematica
Chivu ha affrontato anche il tema della Champions League, competizione che conosce bene sia da calciatore sia da allenatore. Secondo il tecnico, non esiste una strategia capace di garantire il successo nella principale competizione europea per club.
“Vincere la Champions è bellissimo, cioè è il sogno di tutti, credo. È una competizione talmente importante che si fa sentire. C’è una grossa differenza tra una partita di campionato e una di Champions. Non importa se è la fase a gironi o un ottavo: c’è una grossa differenza per quella che è la motivazione individuale di un giocatore, ma anche per quelle che sono le motivazioni di una squadra.
Le difficoltà ci sono perché non esiste una ricetta che ti dà la certezza che puoi vincere la Champions. Non esistono i soldi che ti possono comprare una Champions, non esistono nemmeno idee che te la possano comprare. È una somma di tante cose che, durante la stagione, arrivano a un certo punto, ma tardi, tipo marzo, credo, dove ti fanno capire a che punto sei. Perché oggi dire chi è la favorita, sulla carta, è semplice nominarla. Ma chi arriverà in fondo e chi ce la farà non è semplice da dire”.
L’obiettivo: lasciare qualcosa all’Inter
Nel presente di Chivu c’è ora la responsabilità della prima squadra nerazzurra. L’allenatore non guarda soltanto ai risultati immediati, ma punta a costruire un percorso capace di lasciare un’eredità all’Inter.
“Io sono arrivato in questo momento a un punto in cui penso a quello che è il giorno dopo. So dove sono capitato, so qual è la mia responsabilità, so quello che vuol dire avere questa grossa responsabilità, ma soprattutto so che ho la responsabilità nei confronti dei miei giocatori.
Vorrei creare una cosa che dura, una cosa che lascia qualcosa di importante nelle pagine di questa meravigliosa società, e sto lavorando per quello. Ho mini-obiettivi da raggiungere in breve tempo, perché non penso mai fino in fondo.
Partendo dai piccoli passi, raggiungere quelli che sono gli obiettivi ti permette poi di sognare più in grande. Voglio solo salute per me e per i miei giocatori. Voglio solo che manteniamo la stessa energia e la stessa intensità nell’affrontare determinati momenti che vogliamo migliorare tutti i giorni, tutti noi, compreso me. Vogliamo essere la miglior versione di noi stessi, o la miglior versione di quello che eravamo il giorno prima”.
