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Diouf, il suo primo allenatore: “Era il nostro Forrest Gump”
Prima dell’Inter, delle grandi partite e dei riflettori della Serie A, c’erano i campetti della periferia parigina. È lì che Andy Diouf ha iniziato a costruire il proprio percorso calcistico, mostrando fin da bambino caratteristiche destinate a diventare il suo marchio di fabbrica: corsa, intensità, tecnica e una capacità fuori dal comune di non arrendersi alla fatica.
Dal 2009 al 2012 Diouf ha giocato nel Garenne-Colombes, società nella quale Sebastien Pendola ha avuto modo di seguirlo da vicino. L’ex allenatore francese ricorda soprattutto la straordinaria energia del giovane Andy e quella tendenza a occupare ogni zona del campo.
“Gli dicevo di correre. Sempre, fino all’ultimo. Già a nove anni aveva questa capacità innata di andare oltre la fatica”.
Un tratto distintivo che, secondo Pendola, era evidente già nelle prime esperienze con il pallone.
Il talento era evidente già a nove anni
Uno dei ricordi più nitidi dell’allenatore riguarda proprio l’inizio dell’avventura calcistica di Diouf. A soli nove anni, il futuro giocatore dell’Inter era già capace di sorprendere per qualità tecniche e personalità.
“Aveva nove anni. Calciava al volo col sinistro e infilava la palla sotto al sette: mi impressionò. Ha sempre avuto il calcio nei geni: suo padre e i suoi fratelli maggiori hanno giocato, lui faceva la differenza sotto età. Era una spanna sopra gli altri. Andava veloce, leggeva il gioco in anticipo e giocava per vincere, sempre. Non è scontato a quell’età”.
Non aveva però ancora una posizione precisa. Il suo modo di interpretare il calcio lo portava a muoversi continuamente, soprattutto grazie a una condizione atletica già importante.
“In realtà… giocava ovunque. In mezzo al campo si trovava meglio, quello sì, ma correva così tanto che non era raro vederlo da tutte le parti a rincorrere gli altri. Mi vengono in mente diversi momenti in cui andava a recuperare la sfera e poi ribaltava l’azione: glielo dicevo sempre…”.
La partita che racconta meglio il carattere di Diouf
Tra gli episodi rimasti impressi nella memoria di Pendola ce n’è uno particolarmente significativo. Durante una partita contro una formazione molto competitiva dell’area parigina, il Garenne-Colombes era in difficoltà e i giovani calciatori stavano accusando la stanchezza.
Diouf, invece, continuava a correre senza sosta, anche quando il risultato sembrava ormai compromesso.
“Un giorno giocammo contro una squadra forte dell’hinterland parigino. Stavano dominando, e noi subendo. I bambini erano tutti a terra, stremati e anche disillusi. Andy invece no. A cinque minuti dalla fine, consapevole della superiorità degli avversari, correva come un forsennato per tutto il campo. Chiuse la partita con gli occhi lucidi: erano lacrime di fatica”.
Un’immagine che restituisce bene il temperamento del giocatore: la voglia di continuare a lottare anche quando le energie sembravano ormai esaurite.
Una famiglia presente, ma senza pressioni
Nel percorso di crescita di Diouf, un ruolo importante è stato ricoperto anche dall’ambiente familiare. Pendola racconta di aver conosciuto il padre del ragazzo e descrive un contesto lontano da qualsiasi eccesso.
“Certo. Spesso parlavo col padre a fine partita. Un uomo discreto, semplice, umile. Andy aveva una marcia in più e lo sapevano tutti, ma ho sempre percepito un ambiente familiare sanissimo, senza eccessi o presunzione. Era seguito nel modo giusto. E questo l’ha portato lontano”.
Un aspetto che, secondo il suo ex allenatore, ha accompagnato la crescita del giovane talento senza condizionarlo.
Dalla mediana all’esterno: la duttilità come punto di forza
La posizione di Diouf è cambiata nel corso degli anni. Se da bambino tendeva a muoversi soprattutto in mezzo al campo, oggi è diventato un giocatore capace di agire anche sull’esterno, sfruttando velocità e capacità di accelerazione.
Pendola ricorda quanto fosse difficile, persino in allenamento, limitarne gli spostamenti.
“In allenamento se la rideva di continuo. Gli dicevo di andare piano perché correva così tanto che me lo ritrovato da tutte le parti: in difesa, in mezzo, in attacco. Gli consigliavo sempre questo: “Andy, resta a centrocampo e dai equilibrio”. Ma poi finiva per recuperare palla in difesa, sradicare la sfera all’avversario… e andare a segnare!”.
Una duttilità che oggi rappresenta una delle caratteristiche più interessanti del suo profilo.
Il futuro può essere ancora più sorprendente
L’evoluzione tattica non sembra preoccupare Pendola, che considera positiva anche la trasformazione di Diouf in un esterno.
“Un’ottima scelta. Sta facendo la differenza anche in un ruolo non suo, può solo migliorare”.
Anche l’ipotesi di un impiego più arretrato viene considerata con interesse dall’ex allenatore, soprattutto per le caratteristiche atletiche e tecniche del giocatore.
“Interessante. Andy ha le qualità dell’esterno moderno: scatti brevi, transizioni veloci, tecnica. Anche questa è un’ottima scelta. Sono curioso di vederlo all’opera”.
“Era il nostro Forrest Gump”
Il ricordo più bello, però, resta legato al modo in cui Diouf viveva il calcio da bambino. Non soltanto per la capacità di correre per tutto il campo, ma anche per l’energia positiva che trasmetteva ai compagni.
“Il suo sorriso che aveva mentre giocava. Trasmetteva agli altri la sua positività. Vederlo giocare in A e in nazionale mi riempie d’orgoglio. Era il nostro Forrest Gump”.
Dai campetti di Nanterre alla maglia dell’Inter, il filo conduttore è sempre stato lo stesso: correre, lottare e continuare a spingersi oltre i propri limiti. È così che Diouf ha iniziato a inseguire il calcio dei grandi, molto prima che il suo nome arrivasse sotto i riflettori.
