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Zanetti, nuova vita all’Inter: dal campo alla dirigenza

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Javier Zanetti continua a essere una figura centrale nella famiglia Inter anche dopo aver lasciato il calcio giocato.

L’attuale vicepresidente nerazzurro è stato ospite del podcast di Melissa Satta, The Long Game, dove ha raccontato diversi aspetti della sua quotidianità, dal rapporto con l’attività fisica fino al percorso intrapreso all’interno della società.

L’argentino ha parlato anche della trasformazione da calciatore a dirigente, spiegando quanto sia stato importante mettersi nuovamente in gioco e acquisire competenze completamente diverse da quelle necessarie sul terreno di gioco.

Una vita ancora scandita dallo sport

Nonostante il ritiro, Zanetti non ha mai abbandonato le proprie abitudini da atleta. L’allenamento continua infatti a essere una componente fondamentale delle sue giornate, non soltanto per mantenersi in forma, ma anche per il benessere personale.

“Tutti mi chiedono il segreto perché sono uguale a 30 anni fa. Sinceramente vivo alla giornata. Tutto quello che faccio lo faccio con passione. Mi alleno sempre, se riesco tutti i giorni. Cosa mi manca del calcio? Quello che mi manca di più sono gli allenamenti e stare coi compagni. Io mi alleno perché mi fa sentire bene. Gioco a padel per divertirmi, ma la vivo come un allenamento. Tutto quello che faccio è basato sulla vita sana, cerco di dare tutto in tutto quello che faccio. Quando andiamo in vacanza io scherzo con mia moglie, ho detto, “Senti, andiamo in qualsiasi posto, scegli te”. Basta che ci sia una palestra”.

L’ultimo infortunio e la decisione di fermarsi

La carriera di Zanetti si è conclusa dopo un episodio particolarmente delicato. L’ex capitano nerazzurro ha ricordato il grave problema al tendine d’Achille, arrivato quando aveva già 39 anni, e la determinazione con cui affrontò il recupero.

“Ho vinto la Champions a 37 anni, era la mia ultima opportunità. Ho continuato a giocare perché mi sentivo bene. Faccio 39 anni, è l’unico infortunio grave della mia carriera che mi sono rotto il tendine d’Achille. Tutti lì pensavano, “Ok, e smette di giocare perché 39 anni come fa a recuperare? Io non volevo finire la carriera in questa maniera, volevo ancora almeno fare un’altra partita davanti ai miei tifosi a San Siro e poi sì recupero in tempo record 5 mesi e mezzo già son tornato in campo.

Un infortunio che ci vogliono minimo 8 mesi. Entro mancano 10 minuti in una partita mi sento bene, finisce la partita. Mentre mi stavo facendo la doccia è stato il primo momento che dico questa è la mia ultima stagione. Potevo continuare perché facevo 40 anni, mi sentivo bene per continuare, però sempre mi ho detto meglio lasciare quando ancora stai bene”.

Dal rettangolo verde alla scrivania

Terminata la carriera da giocatore, Zanetti ha ricevuto dall’Inter una proposta destinata a prolungare il suo rapporto con il club. Il passaggio alla vicepresidenza ha però richiesto un cambiamento radicale: dalle sedute di allenamento alle riunioni dedicate a temi come economia, gestione e marketing.

“Quando ho smesso di giocare, l’Inter mi disse: “Guarda che vogliamo che tu faccia il vicepresidente, perché per noi è un ruolo importante”. Ero felicissimo perché questo legame con il club continuava, però allo stesso tempo ho pensato: “Vicepresidente dell’Inter, grande responsabilità, mi devo preparare”.

Sono passato dall’allenarmi con i miei compagni per 25 anni su un campo a una riunione di dieci manager che parlavano inglese, di finanza e di marketing. Mi sono messo a studiare e continuo a studiare all’Università Bocconi, perché ho trovato un professore che mi ha fatto un programma che mi ha aiutato tantissimo. Questo è il consiglio che posso dare ai giovani: non aspettare la fine”.

Un dirigente a 360 gradi

Per Zanetti, il ruolo dirigenziale non deve limitarsi alle questioni legate alla squadra. La sua ambizione è contribuire alla crescita dell’Inter anche attraverso altri settori, dal marketing alle iniziative sociali.

“La visione che hai come calciatore è molto diversa da quella che hai come dirigente. Quando ero con i miei compagni non riuscivo a capire tante cose perché dovevo conoscerle. Per questo credo che studiare mi abbia aiutato tantissimo e mi abbia aperto la mente.

Io voglio essere un dirigente che non sia soltanto legato alla parte sportiva, ma che possa essere utile anche al marketing, al sociale e a tutti i progetti che abbiamo per far crescere il nostro club.

Tutti vogliono fare l’allenatore, ma non è così scontato. Anche se sei stato un grande giocatore, non è detto che poi tu possa essere un grande allenatore. Anche lì devi prepararti. Però, preparandoti, inizi a scoprire tantissime alternative e poi scegli dove ti senti più a tuo agio. No. Il talento da solo non basta. Il talento va alimentato tutti i giorni, lo devi allenare”.

L’importanza della preparazione mentale

Tra gli aspetti sui quali Zanetti ritiene necessario lavorare maggiormente nel calcio moderno c’è anche la componente psicologica. Secondo l’ex capitano, la prestazione di un calciatore non può essere valutata ignorando ciò che accade fuori dal campo.

“Penso che la parte mentale debba essere seguita ancora di più. Si sta iniziando a darle l’importanza che merita, però secondo me non è ancora sufficiente. All’Inter abbiamo a disposizione persone che seguono anche questa parte, perché abbiamo capito che è molto importante.

Tutti pensano che i giocatori siano delle macchine: si allenano, giocano e devono essere sempre al 100%. Ma non è sempre così. Tante cose della vita privata di una persona possono influire sul rendimento. È lì che dobbiamo stare attenti e lavorare”.

Una filosofia che va oltre il calcio

Dalle parole di Zanetti emerge così una concezione del calcio che non si limita alla prestazione sportiva. L’argentino considera fondamentali disciplina, formazione continua, equilibrio personale e capacità di adattarsi a nuove responsabilità.

Il suo percorso, iniziato sul campo e proseguito ai vertici dell’Inter, rappresenta proprio questa filosofia: il talento può aprire delle porte, ma per rimanere ai massimi livelli servono impegno, studio e la volontà di continuare a migliorarsi anche quando la carriera da atleta è ormai terminata.

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